Una testimonianza di un’epoca passata, la teoria della Gestalt, lo sguardo attivo.
Ancora un altro libro fondamentale (sempre nell’accezione di libro che devi far finta di aver letto). La prima impressione che uno ha leggendolo è: malgrado sembri molto datato, il tutto regge con una certa grazia. È in fondo la capacità dell’autore di tenere insieme cose diverse, la sua erudizione, la sua acutezza dello sguardo a far si che un certo modo di vedere l’arte non gli si rovesci addosso in modo rovinoso. Ci vuole molto poco a trasformare una simile materia in un gioco di marionette senza vita.
Gestalt
Come si sa la ‘percezione visiva’ del titolo si riferisce alla teoria della Gestalt. Possiamo guardare alla percezione come a una ricezione passiva di stimoli, dissolvendo la visione in una serie di sensazioni completamente soggettive e irrelate, oppure possiamo notare che la percezione è qualcosa di affatto diverso: queste sensazioni vengono, nell’atto percettivo, organizzate in un tutto coerente e strutturato in modo che, come si usa dire, il tutto è più della somma delle sue parti. Da questo punto di vista non ha senso analizzare quello che vediamo scomponendolo in elementi perché questi elementi, nell’atto percettivo, risultano sempre organizzati in configurazioni, dove ogni elemento è quello che è per il posto che occupa.
Per fare un esempio (troppo elementare): prendiamo la figura di sinistra, se la scomponiamo possiamo ridurla alle due forme mostrate a destra, un quadrato e una ‘L’. Ma è davvero questo che percepiamo? sarà più probabile che la nostra percezione inglobi i segni in una configurazione unica (la sovrapposizione di due figure semplici) e la colga complessivamente. Quello che conta qui è il rapporto che le due figure hanno tra loro, il loro formare una configurazione. Allo stesso modo se ascolto la sequenza di note do-mi-sol e la sequenza sol-mi-do le ’sento’ come fondamentalmente diverse sebbene siano costituite dalle stesse note.
Come ho detto prima, l’abilità di Arnheim, in questo libro, è quella di intrecciare le osservazioni psicologiche sulla percezione con la lettura delle opere d’arte (senza ridurre tutto a un meccanismo sterile) mostrando come la conoscenza intuitiva dell’artista sfrutti per fini espressivi i principi della percezione.
Il primo capitolo, sull’Equilibrio, mostra come anche in una configurazione semplice (un rettangolo, ad esempio una pagina vuota) sia strutturata. In particolare all’interno del rettangolo esisterà una sorta di campo di forze che costruisce dei poli di attrazione, gli elementi che ci si disegnao sopra quindi interferiscono con questo campo di forze e possono dare l’impressione di maggiore o minore equilibrio. Come tipografi sappiamo che il blocco di testo nella pagina deve essere ancorato in alto. Quello che però mi sembra più importante è che con questo campo di forze gli elementi interagiscono in modo attivo, alterandolo, per cui più è complessa la configurazione più diventa complesso predire l’effetto finale. In questo è difficile che possa esserci una ricetta prescrittiva.
Il secondo capitolo, Configurazione, si occupa in modo più diretto di quelle che vengono definite le leggi della Gestalt. La trattazione di Arnheim di queste leggi, tutt’altro che banale, è già da sola un buon motivo per leggere questo libro. Le percezioni sono descritte come un processo globale in cui non si passa dai particolari alla totalità ma, in modo circolare, la totalità si costruisce a partire da elementi fondamentali e, a sua volta, questa consente di vedere i particolari. Per come la capisco io: se l’insieme di tracce che vedo non costruisce nulla di coerente e strutturato, i vari particolari rimaranno appesi al nulla e muti, incapaci da soli di ricostruire una configurazione.
Tornando alla figura, come si stabilisce la configurazione dei due quadrati sovrapposti? È la regola fondamentale della ’semplicità’: quando ci sono più configurazioni possibili noi scegliamo la più semplice. Nel nostro caso, un quadrato è una figura più semplice di una forma a L, e questo basterebbe a farci ‘ridurre’ la percezione in una totalità. A questa legge fondamentale della Gestalt si affiancano, più che altro come specificazioni, le altre ‘leggi’ (chiusura, somiglianza, prossimità, continuità, simmetria, destino comune), che più utilmente vengono ridotte (secondo una osservazione di Cesare Musatti) alla radice comune di leggi di omogeneità e somiglianza (di forma, di dimensione, di movimento, ecc.)
Quando un insieme di segni presentano caratteristiche comuni tendono ad essere viste come una totalità.
Cosa è vero e cosa no
Il capitolo sulla Forma è pieno di indicazioni interessanti. Più specificamente dovrebbe essere interessante per chi si occupa di infografica. Cosa significa rappresentare un oggetto? La risposta classica che ci fa andare in bestia è che deve somigliare al vero. Quindi l’arte è buona quando ’somiglia al vero’. Al che, la seconda contromossa che ci dovrebbe mandare in bestia è che l’artista dipinge quello che ‘sente dentro‘. Macché, ci direbbe Arnheim, ’somiglianza al vero’ non significa niente detta così, e l’arte non è riducibile alla pura soggettività. Il punto è che il riferimento a un contenuto non può essere ridotto a una proiezione pura e semplice delle sensazioni: ogni tipo di rappresentazione esclude qualcosa, si tratta di selezionare gli aspetti che devo rappresentare.
Di questo oggetto io voglio trasmettere la morbida rotondità per cui, come i bambini cominciano a fare (capitolo sullo sviluppo), un cerchio può essere essere il veicolo di questo aspetto formale.
Venendo alla mia allusione all’infografica: di questo edificio io devo comunicare quale è la strada più veloce per fuggire all’incendio: una visione in pianta (che non corrisponde ad alcuna proiezione ottica esperita da una persona all’interno dell’edificio) può funzionare, meglio ancora sarebbe sintetizzare quello che realmente conta per una persona che si trova in un certo punto (ad esempio la via di fuga è a destra o a sinistra?)
In generale, quindi, la rappresentazione di un contenuto non è la sua proiezione su uno schermo, ma una rappresentazioni di rapporti significativi tra le cose in una configurazione unitaria. Un ingegnere ‘rappresenta’ la trave in cemento armato come se fosse una radiografia mostrando i ferri e, contemporaneamente, disponendoli in modo separato. Questa rappresentazione non sarebbe ‘vera’ sotto il profilo della proiezione ottica, ma in qualche modo viene considerato più obiettiva.
Un discorso, questo, che si estende alla rappresentazione dello spazio, dove la prospettiva centrale è contemporanemente un punto di arrivo di una ricerca di fedeltà ottica ma anche una semplificazione del problema. Potremmo dire che solo con la fotografia si ‘realizza’ il soggetto ideale ipotizzato dai pittori rinascimentali (un punto di vista unico e immobile), e che la nostra reale percezione è molto più complessa. Del resto Arnheim mostra che sono i gradienti a costituire dei pattern di profondità, a prescidere dalle regole di geometria descrittiva.
Figura/sfondo, lo sguardo attivo
Nello stesso capitolo, Spazio, c’è la trattazione dei rapporti tra figura e sfondo: in una configurazione una parte sarà vista come figura e il resto fungerà da sfondo. Qui questi rapporti sono indicativi di relazioni spaziali, la figura è il primo piano che si staglia sullo sfondo. Io penso che sia più utile svincolarsi relativamente dalle relazioni spaziali e vedere la figura come l’oggetto verso cui siamo diretti intenzionalmente, la parte della scena che interagisce con noi. Qui si vede bene come lo sguardo è qualcosa di attivo, non una registrazione passiva di stimoli, in particolare nei casi di rivalità di contorno (i due visi/la coppa) in cui lo sguardo ’sceglie’ una delle due configurazioni e i passaggi dall’una all’altra sono istantanei, senza che mai si possano percepire le due configurazioni contemporanemente.
Buona lettura, buona visione
Concludo questa mia passeggiata, ci sono interessanti osservazioni sui colori che lasciano il desiderio di continuare a cercare, ho ingiustamente trascurato di parlare del capitolo sullo Sviluppo che, al contrario, è uno dei più interessanti, in particolare il concetto di unità accentate e non accentate, e di molte altre cose. Probabilmente questo libro oggi si dovrebbe leggere più come una testimonianza di un periodo che come una guida per comprendere l’arte o anche la stessa teoria della Gestalt. A differenza però di altre introduzioni alla Gestalt che si trovano in rete, qui la trattazione è brillante e vivace.









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