Radici della scrittura moderna – Mosley

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10·01·2010

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Diversi revival dall’antica Roma, per mettere in prospettiva l’ideologia nascosta nella forma delle lettere.

James Mosley, Radici della scrittura moderna, Nuovi equilibri, 2001, Viterbo

Questo è quello che si usa definire un libro fondamentale, quel genere di libro che se non hai letto devi far finta di avrelo fatto, per dirla in modo sbrigativo, e in questo caso per buone ragioni.

Si tratta in realtà di due testi, Traiano redivivo e La ninfa e la grotta (di cui un piccolo riassunto di Mosley stesso si trova sul suo blog), preceduti da un testo introduttivo, La linea crescente, che li inquadra nel contesto in cui furono pensati e scritti originariamente e fornisce anche una cornice comune per leggerli insieme.

Traiano redivivo

Traiano redivivo traccia la storia della persistenza delle lettere traiane e dei loro differenti revival; il contesto ‘inglese’ nel quale (e per il quale) è stato scritto si sente molto ma non condiziona più di tanto la lettura.
La figura centrale è quella di Cresci e della permanenza della sua lettura delle lettere traiane nella Roma tardorinascimentale. Mosley, possiamo dire, articola le interpretazioni delle capitali romane imperiali in due momenti.

Il primo parte dal recupero delle antichità romane nel XV e XVI secolo in Italia, con una forte tendenza geometrizzante. Questa è la tendenza iniziata da Ciriaco di Ancona e Felice Feliciano. Una tendenza essenzialmente costruttiva (le lettere sono letteralmente costruite con riga e compasso) e idealizzante (le lettere sono corrette all’interno di un quadro di riferimenti ritenuti ideali, il quadrato, il cerchio, gli angoli ritenuti razionali a 45°). La lettura delle antichità (come mostrato anche nella storia dell’architettura) è sempre mediata da forti categorie interpretative e (quasi) mai letterale.

Sembra di vedere però, nello svolgersi degli eventi narrati, un progressivo indebolimento della volontà geometrizzante. Il passaggio sembra essere guidato dai trattati scritti dai calligrafi e qui spicca la figura di Cresci che opera una serie di rotture significative nella storia della scrittura. Nella lettura delle capitali romane Cresci si smarca dalla costruzione geometrica (scrive che non riporta la costruzione “per mancanza di spazio” – una furbata, direi io –, come aveva fatto anche Arrighi), rinuncia a forzare la O all’interno di un cerchio perfetto (osserva che le sue proporzioni sono migliori se si traccia leggermente compressa) e, si riferisce esplicitamente all’osservazione delle iscrizioni romane esistenti con un atteggiamento empirista.

Questo atteggiamento gli viene rimproverato dal suo antagonista, il Palatino, che attacca direttamente chi, per osservare le iscrizioni come si trovano realmente a Roma, si distacca dalla geometria. Sarebbe abbastanza facile ridicolizzare questa idea di razionalità (imitare le lettere romane vere allontana dalle Vere lettere romane) ma sarebbe, ritengo, ingenuo. In fondo qualsiasi forma di interpretazione si deve basare su una forzatura del genere.

La tradizione di Cresci viene indagata da Mosley seguendo le tracce dei suoi allievi, in particolare Luca Orfei, e la formazione delle lettere ’sistine’ che Morison individuava come una rottura deliberata dalle lettere traiane. Mosley mostra che così non è, che si tratta in realtà di una continuità tra queste lettere sistine e l’interpretazione delle capitali romane imperiali da parte di Cresci. Mostra anche la vitalità di questa tradizione che arriva fino alla seconda metà del XIX secolo.

La seconda linea interpretativa delle lettere traiane è invece tipicamente inglese. Si tratta della impostazione di Lethaby (e Johnston/Gill) influenzata dalle idee Arts & Crafts, poi adottata da Catich in The Origin of the Serif. Questa si pone al lato opposto rispetto alla lettura geometrica e sottolinea invece come le forme derivino dall’uso appropriato dello strumento (un pennello piatto) da parte dell’artigiano.

Anche in questo caso, però, si tratta di una lettura ‘parziale’ fatta attraverso un quadro concettuale predeterminato (quello dell’impiego appropriato e giusto di strumenti e materiali) e in larga parte estraneo alla mentalità dei romani veri e propri.

La stessa idea delle lettere traiane come ‘vertice’ esemplare della scrittura romana viene qui criticata: la realtà, ci dice Mosley, è che esistono iscrizioni di ogni genere e non sembra giustificato pensare che, per i romani, qualcuna di queste forme di scrittura avesse rappresentato un esempio di ortodossia.

Sulla scorta di questa osservazione possiamo leggere il saggio sui caratteri senza grazie e sulla loro origine. Di nuovo le lettere romane sono il punto di partenza, ma questa volta si tratta delle lettere della Roma repubblicana.

La nascita dei caratteri senza grazie

Da dove vengono quindi le lettere senza grazie che sembrano comparse all’improvviso nei campionari di caratteri tipografici negli anni 10 del XIX secolo?
Mosley individua una loro genealogia nel clima protoromantico del tardo ‘700 e, di nuovo, al di fuori dell’ambito strettamente tipografico. Queste lettere sembrano comparire come esplicito riferimento a uno stile vigoroso e primitivo nell’opera di architetti neoclassici inglesi.

Il recupero dello stile greco dorico, letto come più spoglio, con le colonne prive di base e vigorosamente tozze, finisce per coinvolgere anche la forma della scrittura, con l’eliminazione delle grazie e la struttura essenzialmente priva di contrasto (monolineare) anche se l’imitazione più diretta è del tempio di Vesta a Tivoli. Inizialmente si trovano tracce di questo stile di scrittura nei disegni degli architetti (Soane), nei cartigli ad esempio, poi viene impiegata in iscrizioni nelle opere di scultori fino a dilagare nel mondo dei pittori di insegne e infine della tipografia.

La radice di questo stile, che tanto successo ha poi avuto, sarebbe da rintracciare quindi alla fine del XVIII secolo in Inghilterra, nuovamente mediata dalla lettura del mondo romano.

Lo stile a grazie squadrate (slab serif) sembra qui essere un curioso compromesso, operato dai fonditori di caratteri, tra la struttura monolineare dei caratteri senza grazie e le lettere convenzionali. Lo stesso nome (Egyptian) viene contestualizzato nella contemporanea egittomania (anch’essa in parte influenzata dall’ideale primitivista). Il nome era impiegato per le nuove lettere senza grazie e il suo diverso uso (quello che ho sempre considerato l’uso proprio) per i caratteri slab serif è una delle confusioni linguistiche della storia della tipografia.

Per finire cito questo passo: Se si volesse cercare un modello per un carattere neoclassico italiano senza grazie, una scoperta fatta nel 1780 potrebbe esserne stato un possibile stimolo. […] le tombe, de terzo e del secondo secolo a.C., della famiglia degli Scipioni […], ma non c’è tuttavia alcuna prova che la forma delle lettere di queste iscrizioni avesse qualche rilevanza per i contemporanei. (pag. 126)

Post Scriptum

Qualche osservazione andrebbe fatta anche sul libro come oggetto. L’impaginazione e il progetto grafico sono piuttosto interessanti con la dislocazione ‘fluttuante’ delle note e delle immagini. La doppia pagina 78-79 è estremamente colta e raffinata, ma forse la mancanza di una griglia più rigida a lungo andare è un po’ disorientante. L’uso dei caratteri per i testi delle iscrizioni è bellissimo.


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