I neuroni della lettura – Dehaene

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08·01·2010

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Neuroni lettori, simmetrie, scrittura e strane malattie

I neuroni della lettura, S. Dehaene, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009

Questo è il primo libro che ho letto sull’argomento, le mie competenze nelle neuroscienze sono zero: in ogni caso quelli che seguono sono appunti scritti ‘intorno’ alla lettura di questo libro.

Per prima cosa: si tratta di un libro divulgativo, con un tono a volte avvincente, ma non banalmente riduttivo. Comunque, non avendo conoscenza del funzionamento del cervello credo che questo era quello che potevo riuscire a leggere.

La tesi centrale del libro è quella del riciclaggio neuronale. Per riciclaggio neuronale Dehaene intende l’impiego di ‘circuiti neuronali’ per scopi diversi da quelli per cui si sono evoluti. Quello che immagina è che aree del cervello evolutesi per il riconoscimento di oggetti possano essere ‘reimpiegate’ per il riconoscimento delle lettere. Così si potrebbe anche dire che la tesi di questo libro non è tanto sulla scrittura quanto sulla natura degli oggetti culturali, contro una visione totalmente relativista (postmoderna?) della persona come tabula rasa.

Per l’autore abbiamo certo la possibilità di creare e trasmettere ‘cultura’ (qualcosa che non è strettamente codificato biologicamente, per così dire) ma solamente all’interno di un campo di possibilità (ristretto, imperfetto) definito dalla costituzione del nostro cervello.

Questa posizione (che detta così mi ricorda quel famoso passo nel 18 brumaio in cui Marx ci avverte che gli uomini fanno si la storia ma all’interno delle condizioni in cui gli capita di vivere) rigetta quindi sia un assoluto, e ingenuo, determinismo biologico sia la posizione speculare relativista.

Certo, le motivazioni che (per esempio) io, come ‘grafico’ potevo avere nel leggere questo libro sono diverse da quelle del lettore che Dehaene aveva in mente. Per cui sia io nei confronti del libro, sia Dehaene nei confronti ‘miei’, ci troviamo in una posizione simile a quella delle persone nei confronti delle loro condizioni biologiche (o storiche): io posso cercare di ‘leggerci’ qualcosa sulla tipografia, ma solo nelle strette condizioni date.

Mi sembra indubitabile, ad esempio, che la visione della scrittura dell’autore sia totalmente all’interno della tradizione ‘aristotelica’ come la chiama Roy Harris, o ‘logocentrica’ come la chiamerebbe, forse, Derrida. Come Maurizio Ferraris ha notato in una recensione sul Sole24Ore Dehaene considera il linguaggio (parlato) come prioritario rispetto alla scrittura: viene prima la lingua della scrittura, sia in senso cronologico, che in senso logico: la scrittura, qui, è la rappresentazione, della lingua, dei suoni. E questo si vede bene nel racconto, brevissimo, sulla scrittura che compare al centro di questo libro: una catena evoluzionista che culmina nell’alfabeto, con gli altri sistemi di scrittura/registrazione/annotazione che automaticamente sprofondano in una condizione di imperfezione.

Allo stesso tempo, però, un lettore potrebbe scovare indizi, in questo stesso libro, del fatto che le cose non stanno proprio così. Che la scrittura non possa essere mai un congelamento di suoni, che una traduzione completa suoni/scrittura e scrittura/suoni non possa mai essere fatta e che il cervello stesso non segue (sempre) questa strada leggendo.

Strane malattie

Per fare un esempio di questo occorre descrivere brevemente il tragitto dei segnali visivi nel cervello del lettore. Una delle cose curiose (ma non tanto se ci si pensa) è che per ‘vedere’ il funzionamento occorre che si rompa in forma patologica; con la patologia (quando qualcosa smette di funzionare come dovrebbe) vengono fuori, rovesciati, i funzionamenti ‘normali’. Così ci confrontiamo con persone che smettono di riconoscere le lettere pur potendo scrivere e vedere, con persone che non distinguono la destra dalla sinistra, ecc.

Il caso delle persone che non riconoscono le lettere consente di identificare una zona del cervello (la zona occipito-temporale sinistra) dove i segnali dei neuroni convergono per svolgere questo lavoro. Il processo funzionerebbe quindi così:

  1. attivazione delle aree degli stimoli visivi (comune al riconoscimento di oggetti, immagini, volti, ecc.)
  2. a questo punto indirizzamento dei segnali verso la zona occipito-temporale sinistra
  3. propagazione ai lobi temporali ecc.

Dopo il passaggio dalla seconda fase il cervello si attiva in un modo che ‘non è specifico della lettura’. In sostanza, si attiva allo stesso modo quando ascoltiamo parlare. La zona occipito-temporale sinistra (che risulta sconnessa in qualche modo nei pazienti affetti da alessia) processa le immagini ed è l’ultima zona attivata specificamente nella lettura. Dopo si attivano le stesse aree che si attivano quando ascoltiamo parlare o quando ‘recuperiamo’ i significati.

Ma qui vengono introdotte due vie della lettura: in una di queste traduciamo i segni in suoni e poi recuperiamo i significati, nell’altra saltiamo la traduzione in suoni e si attivano subito le aree coinvolte nel ‘recupero’ dei significati.

Quest’ultima si attiva soprattutto quando troviamo parole note o irregolari (dalla pronuncia irregolare, per cui non i segni non danno informazioni sulla pronuncia). Qui, per me, si potrebbe vedere quello scarto tra scrittura e lingua parlata di cui parlavo.

Naturalmente si osserva che in lingue come il cinese, che ‘denotano soprattutto i significati’, la via diretta che salta la traduzione in suoni è quella più battuta.

Bouma, chiese e altre cose

Particolarmente netto è il giudizio sull’idea del riconoscimento globale della forma delle parole, la famosa (è femminile?) bouma dei tipografi. Nessun riconoscimento della forma, nessun pattern ascendenti/discendenti. La nostra zona occipito-temporale sinistra tratta le lettere in modo invariante: p, p, P, p, sono la stessa lettera a tutti gli effetti. Ma come fanno i neuroni a riconoscere le lettere a partire dal famoso ‘fascio di sensazioni’, da un insieme di macchie luminose restituito dall’occhio, e dare loro un significato?

Quello proposto è un modello gerarchico: al piano più basso neuroni si attivano al semplice contrasto (riconoscono che c’è un segno, dico io), al piano superiori i segnali di quello precedente possono essere organizzati per classificare unità più complesse, e così via fino al livello dei digrammi e delle parole (qui, come si vede, c’è un’autostrada aperta per i bouma-dipendenti).

Curiosamente questo tipo di processo gerarchico ha un’eco fenomenologica (se solo avessi letto Husserl!).

Vediamolo in modo costruttivo facendo l’esempio di un edificio: a un livello molto elementare ho atomi, ma sarebbe abbastanza inutile descrivere la chiesa di Santo Spirito a Firenze in termini di atomi. Posso quindi organizzare questi atomi in molecole (livello superiore) e trattarle a questo livello come le unità da manipolare disinteressandomi del livello atomico inferiore. Con queste informazioni posso costruire un livello superiore, ad esempio quello dei materiali (vetro, pietra, legno, laterizio). Con questi aggregati posso fare delle distinzioni: tegole, travi, pietra serena, calce, e con queste organizzare un livello ancora, ad esempio, muri, volte, tetto, colonne. Ad ogni livello posso quindi trattare gli elementi come unità fondamentali trascurando la loro costituzione, posso collocare colonne intere, non ho bisogno ogni volta di indicare la costituzione completa di una colonna in termini di atomi. Questo mi consente di dire cose come: ho amato Firenze solo quando sono entrato in Santo Spirito.

Ora, io almeno ho letto così questa organizzazione piramidale dei neuroni. Ogni livello organizza i segnali di quello che lo precede ed è in grado di discriminare cose più complesse. Al vertice c’è il neurone che ’scarica’ quando nell’occhio appare la parola bouma. Come dire che esistono neuroni che rispondono specificamente a una immagine (la faccia di Jennifer Aniston – l’autore deve avere un problema irrisolto con la Aniston), o un gruppo di lettere.

(Come fanno a dire una cosa simile? il motivo contiene qualche atrocità, è per analogia con esperimenti di riconoscimento di immagini condotte su scimmie, comprendenti le sevizie che potete immaginare).

Per questo dicevo che uno può trovare una strada alle immagini-delle-parole pur ammettendo che il riconoscimento si basa su una gerarchia che parte dalle lettere (o meglio ancora dal bianco-nero).

Due fanno un digramma

Compaiono qui unità formate da due lettere, digrammi, coppie ordinate ma flessibili. Perché ordinate? perché sono riconosciute quando una lettera precede l’altra, perché flessibili? perché c’è un margine di manovra, un intervallo di due lettere come in melanoma sopra il quale il neurone digramma non risponde più. In questo modo Dehane spiega l’effetto distruttivo della lettura di un testo troppo spaziato.

(I neuroni hanno buon gusto e non rubano pecore.)

Questo potrebbe essere, forse, un terreno di indagine dal punto di vista tipografico. Metto qui qualche appunto:

  1. fare una statistica dei digrammi con frequenza maggiore in una lingua
  2. costruire font che giocano con questi digrammi
  3. dal punto 1 seguirebbe che le font dovrebbero incorporare sempre più caratteristiche specifiche dei diversi linguaggi ?

Scimmie lettrici e proto-lettere

Per tornare al riciclaggio neuronale c’è da osservare un’altra cosa che come grafici è interessante. Gli studi di Keiji Tanaka hanno individuato, nelle scimmie, neuroni che rispondono a forme elementari. Per essere più precisi, prima sono stati individuati neuroni che rispondevano a una immagine, poi si sono ’semplificate’ (la parola per me è ambigua e imprecisa) le immagini fino a che il neurone ha smesso di rispondere. Quello che si è ottenuta è quindi l’immagine elementare che causa la scarica del neurone come se fosse l’immagine più complessa (esempio, due cerchi a righe sovrapposti danno la stessa risposta di un gatto tigrato, per il neurone sono la stessa cosa).

Questa collezione di forme elementari costruita da Tanaka presenta tratti fortemente semplificati, una specie di alfabeto di forme essenziali (che Dehaene chiama proto-lettere) che fanno pensare a invarianti percettive. Si tratterebbe quindi di una conferma dell’ipotesi di riciclaggio neuronale dell’autore. I nostri cervelli di primati possiedono già la capacità di discriminare cose che assomigliano a lettere. Si tratta solo (caratteristica della nostra specie umana) di riconvertirla alla lettura.

A conferma di invarianti grafiche nei sistemi di scrittura (come si vede sollevare il problema della lettura comporta sollevare il problema della scrittura, come due facce della fatidica medaglia) ci sono gli studi di Marc Changizi: una collezione di forme (croci, segni, K, triangoli, ecc.) che si ritrovano come elementi costituenti di tutti sistemi di scrittura (al livello delle lettere) secondo una distribuzione di frequenza costante.

È ancora interessante notare qualcosa qui: l’ipotesi è che nella forma delle lettere siano all’opera qualcosa come invarianti topologiche (incroci, fori, ecc.), una versione dello studio di Tanaka sulle forme elementari potrebbe essere fatta con le lettere, cancellando pezzi e lasciando solo alcuni tratti caratteristici. Cosa che del resto ha fatto Bruno Munari (non so se ci sono altri esempi).

La destra non è la sinistra

Come dicevo esistono persone che non sanno distinguere la destra dalla sinistra (ogni doppio senso in questo caso è da me tristemente voluto), persone che di fronte due immagini speculari vedono la stessa cosa. Devo confessare che questa parte del libro è quella che mi ha appassionato di più, al di là di ogni motivazione logica.

Entriamo quindi nel nostro cervello di esseri vedenti. Il nostro mondo ha solamente due assi: alto/basso (che tra l’altro è assoluto, no?) e avanti/dietro. In realtà il terzo asse cartesiano non riveste grande importanza. Ci sarebbe un motivo evolutivo. Una minaccia vista nel campo sinistro, rimane tale se è nel campo destro.

Per fare questo è come se il cervello, quando riceve una immagine in un campo (la tigre sulla sinistra) la codificasse contemporaneamente, specchiata, nell’altro campo. Del resto una tigre vista da sinistra è uguale a una tigre specchiata vista a destra. Il meccanismo con cui questo avverrebbe è discusso e la discussione di per se è interessante, ma la trascuro. Quello che conta è che l’invarianza per simmetria entra in diretta competizione con le nostre abilità di lettori (dell’alfabeto latino). Per sommi tratti si può dire che b e d sono immagini speculari (lo so, se uno guarda bene…), per cui dovremmo identificarle come una sola cosa, rendendo impossibile la lettura.

Il fatto è che questo succede veramente. Non solo succede questo ma ci sono persone che non riescono a percepire nemmeno la posizione relativa delle cose. Sembra però che questo non sia il caso della comune dislessia.

Quindi il cervello del lettore deve inibire questo tratto della nostra percezione visiva per quanto riguarda la percezione di quell’oggetto particolare che è la scrittura; come? la risposta chiama in causa il movimento, infatti se per la vista vale questa generalizzazione per simmetria, lo stesso non vale affatto per il movimento (se non in casi patologici). Il movimento deve distinguere destra e sinistra, il riconoscimento no (vediamo la stessa minaccia sia a destra che a sinistra ma dobbiamo scappare dalla parte giusta!)

Ancora la lettura chiama in causa la scrittura, questa volta come movimento: tracciando impariamo probabilmente a rompere la simmetria della nostra scrittura.

Osservazione mia: questa storia della invarianza di simmetria destra/sinistra ma non alto/basso potrebbe essere il motivo del fatto che se tagliamo in due metà un rettangolo la parte alta semba più grande?

In ogni caso, da leggere.


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